lunedì, 18 giugno 2007, ore 15:15
scarabocchiato da Armando77 in riflessioni, fantasia

La neve cade sempre alla stessa maniera ma tutti esprimono ogni volta stupore

Dicono: se la vita non ha senso allora perché scegliere di vivere. Ma in realtà non scegliamo.
Pola e Marc sniffavano cocaina sul ripiano del mio portatile. 
Erano piombati in casa alle tre di notte. Ero al massimo dell'ispirazione quando i due subumani orchestrarono tentativi di infilare la chiave nella serratura e strani fonemi incomprensibili alle mie orecchie ma perfettamente sensati per le loro.
Marc, un tizio alto uno-e-novanta con lo sguardo ebete, davvero ebete, ma tanto figo, davvero figo, chiuse il mio portatile e iniziò a spargere un po' di "neve" sul coperchio. Sì  N E V E, pare che quelli fighi la chiamino così. Ma non capisco perché. La neve è acqua ghiacciata cristallina, la neve cade dal cielo, la neve diverte i bambini, dipinge paesaggi, rende suggestivi gli orizzonti, riscalda i cuori, accende i camini. La neve sporca tutto con il candore di un ingenuo detergente. La cocaina no. Almeno credo. E allora perché la chiamano "neve"? Solo perché bianca? Beh potrebbero chiamarla fosfora a questo punto, o borotalco, o aulin... che ne so. Fatto sta che la neve disegnava due linee bianche sul mio piccì ancora accesso. Pare che la droga facesse effetto anche a quell'ammasso di congegni elettronici. Le ventole infatti non smettevano di girare e fare quel rumore odioso che ti ricorda quanto impotente sia la tua volontà di non sentirlo. Tirarono usando banconote che non riconobbi subito. Erano Won. Soldi Koreani. Verdi simili alle cento euro. Bene. Pola, ubriaca, cercava di dire cose intelligenti ma realizzai in quell'istante che sarebbe stato più facile avere un rapporto completo con un'apparizione mistica che non sentirle pronunciare qualcosa di minimamente interessante. Così, nel frastuono di sciocche risa, iniziai a pensare al fatto che compravo sempre nuovi vestiti, ne avevo una quantità notevole e nonostante ciò mi limitavo ad indossare sempre gli stessi. Si intenda puliti ma sempre gli stessi. Allora mi chiesi se l'attitudine a cambiare non fosse troppo lontana da me per far parte di me - Dovevo pisciare ma non abbastanza per alzarmi ed andare in bagno. Pensai anche che per chi cambiasse continuamente vestito il vero cambiamento risiedesse in realtà nell'evitare di cambiarsi. Ma perché la logica è così fottutamente limitata? Non risposi a questa domanda. Marc mi distolse dall'osservazione maniacale del tempo e mi chiese di tirare. Più volte. Rifiutai. Più volte. Quando se ne andarono (due ore dopo) mi sentivo quasi in colpa per non essermi drogato.
A volte la vita è strana. 
Pensai che gente come quella doveva essere eliminata. Avevo sete, aprii il frigo. Ero indeciso se scongelare i flaconi di sangue che avevo prelevato dalla mia ultima vittima o bere una semplice birra. Scelsi la seconda. Almeno per dare continuità alla mediocre atmosfera che quei due avevao creato in casa. Continuità. Copiare non è una brutta cosa. L'importante è copiare i migliori, solo così si dà continuità alla grandezza, reinterpretandola, svestendola e cambiandole abito. Si può definire questo "cambiare"? 
Le luci delle insegne del palazzo di fronte continuavano a ritrattare forme colorate sulle mie finestre. Tutti quegli asiatici non erano in giro a quell'ora. Stavano in casa a smaltire i postumi delle sbornie da repressione che almeno due a volte a settimana erano "costretti" a prendere. Mi riferisco alla sbornie. La repressione ce l'avevano sempre. Mi avvicinai al mio letto e presi il pigiama. Lo infilai sotto sopra e come ogni sera pensai a Rando, un amico dei tempi dell'università che sosteneva che chi fa attenzione a mettersi il pigiama dal lato giusto è uno squilibrato. Chissà se aveva ragione. Nel dubbio cercavo di indossarlo sempre al rovescio e cercavo che agli occhi degli inquirenti sembrasse un incidente. Se fosse stato intenzionale sarei stato accusato comunque di squilibrio. Non importa se tu sia maniaco o no, l'importante è proiettare un'immagine di equilibrio. 
Stavo quasi per prender sonno quando la ventola del mio cocainomane computer iniziò a far casino. Mi alzai e lo spensi facendo attenzione a staccare l'alimentatore dalla corrente altrimenti quello si riaccendeva come rianimato da una forza misteriosa.
Tornai a letto. Tutte le foto delle mie vittime costellavano il soffitto della mia camera. Stelle. Supernove. "Superdieci" avrebbe detto Clint, ma non lo poté dire, anche lui era tra le foto.
Tirai verso il mento le sottili coperte di melatonina. Caddi nel sonno. Non mi svegliai più per almeno trecento minuti lasciando incompleto il mio scritto.



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