ki+ ki-
l'idea di avere tempo per recuperare il tempo che sento di perdere in qualche misura mi porta a procrastinare la decisione di smettere di perdere tempo. e questa è un'evidente minchiata oltre che un paradosso palese. mi trovo pure a constatare che sto paradosso accomuna molti di noi. ki+ ki-
Una boccata d’aria
Erano le tre. La notte mi piaceva come mi era sempre piaciuta, ma da qualche tempo facevo fatica a restare sveglio ad oltranza. Tornavo a casa in macchina e guardavo le strade deserte, le poche auto in circolazione. Una, forse due persone. Sole. Ogni volta, osservando gente sola per strada, specialmente in orari notturni, quando nessun passante riempie quel desolante vuoto estetico, provavo romantiche sensazioni di tristezza. Costruivo un cupo castello emozionale sull’ipotetica vita di quella gente sola. E avvertivo il dolore del mondo. Almeno così credevo. Ero sempre tanto concentrato sulla percezione della realtà nei suoi minimi dettagli che forse ne perdevo la visione completa.
Perso come sempre nei miei pensieri, quella sera, mi distrassi per un momento e sentii l’aria dal finestrino. Era fresca, incredibilmente rigenerante. Uau. Faceva stare bene. Ma come, una boccata d’aria e stavo bene? E tutti quei ragionamenti sulla vita, la verità, l’essere e il non essere? Spazzati da una delicata carezza della sera? Mi si stampò un sorriso sul viso che inizialmente reputai inopportuno. Poi lo assecondai. “Che bello. Fanculo tutto. Ora voglio respirare e basta!” – questo mi andavo dicendo. “Forse dovrei crescere. Ma non crescere nel senso della casa col mutuo, la moglie, tre figli e un lavoro sicuro. Crescere nel senso di andare oltre l’attenzione per me stesso, oltre i miei pensieri, andare oltre l’interpretazione della vita. Come è difficile accettare che crescere possa voler dire mettere da parte un po’ di sé”. Eppure quel poco di venticello sembrava avere il potere di rendere tutto più facile.
Arrivai sotto casa senza nemmeno rendermene conto. Avevo ancora quel sorriso idiota stampato sulle labbra. Ma non mi sentivo idiota. Mi sentivo bene.
Però… mica era la prima volta che prendevo aria sulla faccia. Che diamine! Tutti prendono l’aria sulla faccia, e pure spesso! E allora? Perché solo quella sera aveva avuto un effetto tale. Vi assicuro che distogliermi dai miei pensieri non è per niente facile. Forse era arrivato il momento e basta. Forse crescere non è una cosa che decidi e pianifichi. Forse avviene e basta. E forse la leggerezza dell’aria era servita a far presente che quel momento era arrivato. Nessuno potrebbe dire come e perché, ma era arrivato. Forse.
Entrato in casa mi buttai a letto. Evitai di fare tappa davanti al computer per cercare un’idea migliore per la mia prossima sceneggiatura. Decisi di andare a letto. Fanculo la sceneggiatura, per quella notte. Avevo fretta di sognare, sfruttare il momento buono anche nel sonno.
Non ricordo se e cosa sognai. Ricordo però che l’indomani ero riposato, e questo non mi succedeva dai tempi della scuola.
A Roma, tutto in 48 ore. La storia è mia. La regia di Davide Di Nardo. Non abbiamo vinto. Perfino le altre squadre concorrenti, la serata della premiazione, sono venute a congratularsi con noi per il film, ritenuto da molti il migliore. La giuria ha valutato chissà cosa e a rappresentare l'Italia a Los Angeles andrà un film decisamente non originale. Comunque ci siamo divertiti assai e la produzione di film continua...
http://www.youtube.com/watch?v=uz-SrkMPlWc
Salut
FAQ
Uno: ciao che fai qui ?
Unaltro: francamente non lo so... me lo stavo giusto chiedendo, tu lo sai?
Uno: cosa?
Unaltro: perché stiamo qui.
Uno: non me lo sono mai chiesto.
Unaltro: E perché lo chiedi a me?
Uno: per lo stesso motivo per cui avrei potuto non chiedertelo.
Unaltro: uhm...
Uno: dalla tua espressione incredibilmente intelligente credo tu non abbia afferrato del tutto...
Unaltro: che cosa?
Uno: appunto...
Unaltro: senti ma dove andiamo?
Uno: se non l'hai capito, l'unica risposta sensata a qualunque domanda è "non lo so". Mi spiego?
Unaltro: non lo so.
Uno: sai una cosa, io credo che tu sia innocente come un lama allo specchio.
Unaltro: grazie.
Uno: di nulla, è gratis.
Unaltro: cosa?
Uno: non lo so.
Unaltro: e tu prendi cose a caso solo perché non le paghi?
Uno: no di solito pago cose a caso solo perché non le prendo.
Unaltro: capisco...
Uno: davvero?
Unaltro: non lo so.
La svolta
Primo restava seduto sul muretto con le gambe a penzoloni per parecchi minuti. Così facendo il sangue gli si raccoglieva ai piedi fino ad aumentarne la pressione. A quel punto Primo saltava giù per procurarsi un misto di dolore e piacere. I piedi sembravano scoppiare in piccolissimi frammenti di materia grigia. Questo lo distraeva dai pensieri. Se la testa gli si appesantiva di riflessioni, contorsioni, ossessioni, opere o missioni immaginava di poterle incanalare nelle vene e di lasciarle depositare ai piedi. Il salto e la forte pressione facevano poi esplodere quel palloncino di pensieri rendendo almeno per qualche istante tutto più leggero.
Poi la svolta.
Il muretto fu demolito.
Il caldo oramai era una presenza fastidiosa. L’aria bollente pareva prendere forma. Chris si sollevò con fatica dalla poltrona e si trascinò fuori in terrazza con addosso solo degli slip. Il panorama non era il solito. Svogliatamente si voltò a destra, in direzione del mare. Il cervello gli era sciolto come un gelato dentro un frigo spento. L’orizzonte era di un grigio cupo minaccioso, ma non si trattava delle consuete nubi gravide d’acqua. Era fumo. Sì il fumo aveva invaso l’aria a tal punto da rubare la scena al cielo. Si voltò allora dall’altra parte, verso
E pensare che qualche mese prima la gente era rimasta tutta contenta del caldo inaspettato. "Che bello, possiamo andare al mare inanticipo quest'anno!" - dicevano. Cazzoni...
La neve cade sempre alla stessa maniera ma tutti esprimono ogni volta stupore
Dicono: se la vita non ha senso allora perché scegliere di vivere. Ma in realtà non scegliamo.
Pola e Marc sniffavano cocaina sul ripiano del mio portatile.
Erano piombati in casa alle tre di notte. Ero al massimo dell'ispirazione quando i due subumani orchestrarono tentativi di infilare la chiave nella serratura e strani fonemi incomprensibili alle mie orecchie ma perfettamente sensati per le loro.
Marc, un tizio alto uno-e-novanta con lo sguardo ebete, davvero ebete, ma tanto figo, davvero figo, chiuse il mio portatile e iniziò a spargere un po' di "neve" sul coperchio. Sì N E V E, pare che quelli fighi la chiamino così. Ma non capisco perché. La neve è acqua ghiacciata cristallina, la neve cade dal cielo, la neve diverte i bambini, dipinge paesaggi, rende suggestivi gli orizzonti, riscalda i cuori, accende i camini. La neve sporca tutto con il candore di un ingenuo detergente. La cocaina no. Almeno credo. E allora perché la chiamano "neve"? Solo perché bianca? Beh potrebbero chiamarla fosfora a questo punto, o borotalco, o aulin... che ne so. Fatto sta che la neve disegnava due linee bianche sul mio piccì ancora accesso. Pare che la droga facesse effetto anche a quell'ammasso di congegni elettronici. Le ventole infatti non smettevano di girare e fare quel rumore odioso che ti ricorda quanto impotente sia la tua volontà di non sentirlo. Tirarono usando banconote che non riconobbi subito. Erano Won. Soldi Koreani. Verdi simili alle cento euro. Bene. Pola, ubriaca, cercava di dire cose intelligenti ma realizzai in quell'istante che sarebbe stato più facile avere un rapporto completo con un'apparizione mistica che non sentirle pronunciare qualcosa di minimamente interessante. Così, nel frastuono di sciocche risa, iniziai a pensare al fatto che compravo sempre nuovi vestiti, ne avevo una quantità notevole e nonostante ciò mi limitavo ad indossare sempre gli stessi. Si intenda puliti ma sempre gli stessi. Allora mi chiesi se l'attitudine a cambiare non fosse troppo lontana da me per far parte di me - Dovevo pisciare ma non abbastanza per alzarmi ed andare in bagno. Pensai anche che per chi cambiasse continuamente vestito il vero cambiamento risiedesse in realtà nell'evitare di cambiarsi. Ma perché la logica è così fottutamente limitata? Non risposi a questa domanda. Marc mi distolse dall'osservazione maniacale del tempo e mi chiese di tirare. Più volte. Rifiutai. Più volte. Quando se ne andarono (due ore dopo) mi sentivo quasi in colpa per non essermi drogato.
A volte la vita è strana.
Pensai che gente come quella doveva essere eliminata. Avevo sete, aprii il frigo. Ero indeciso se scongelare i flaconi di sangue che avevo prelevato dalla mia ultima vittima o bere una semplice birra. Scelsi la seconda. Almeno per dare continuità alla mediocre atmosfera che quei due avevao creato in casa. Continuità. Copiare non è una brutta cosa. L'importante è copiare i migliori, solo così si dà continuità alla grandezza, reinterpretandola, svestendola e cambiandole abito. Si può definire questo "cambiare"?
Le luci delle insegne del palazzo di fronte continuavano a ritrattare forme colorate sulle mie finestre. Tutti quegli asiatici non erano in giro a quell'ora. Stavano in casa a smaltire i postumi delle sbornie da repressione che almeno due a volte a settimana erano "costretti" a prendere. Mi riferisco alla sbornie. La repressione ce l'avevano sempre. Mi avvicinai al mio letto e presi il pigiama. Lo infilai sotto sopra e come ogni sera pensai a Rando, un amico dei tempi dell'università che sosteneva che chi fa attenzione a mettersi il pigiama dal lato giusto è uno squilibrato. Chissà se aveva ragione. Nel dubbio cercavo di indossarlo sempre al rovescio e cercavo che agli occhi degli inquirenti sembrasse un incidente. Se fosse stato intenzionale sarei stato accusato comunque di squilibrio. Non importa se tu sia maniaco o no, l'importante è proiettare un'immagine di equilibrio.
Stavo quasi per prender sonno quando la ventola del mio cocainomane computer iniziò a far casino. Mi alzai e lo spensi facendo attenzione a staccare l'alimentatore dalla corrente altrimenti quello si riaccendeva come rianimato da una forza misteriosa.
Tornai a letto. Tutte le foto delle mie vittime costellavano il soffitto della mia camera. Stelle. Supernove. "Superdieci" avrebbe detto Clint, ma non lo poté dire, anche lui era tra le foto.
Tirai verso il mento le sottili coperte di melatonina. Caddi nel sonno. Non mi svegliai più per almeno trecento minuti lasciando incompleto il mio scritto.
Separ'Azione
E' che aveva una mezza idea in testa. Ma sapeva pure che una mezza idea non faceva neppure una mezza azione. Allora prese un'ascia, di quelle che il nonno teneva nel granaio. Iniziò ad "affettare" tutta la legna ammucchiata nel magazzino. Non contento passò a dimezzare altri oggetti. Era come se volesse ridurre tutto a metà. Forse così una mezza idea sarebbe stata più consona ad affrontare un mondo mezzo. Toccava però dividere a metà anche se stesso. Più che usare l'ascia pensò ad un alter ego. Ma non era esattamente calzante. L'ideale sarebbe stato un gemello mai nato, assorbito durante la gravidanza della donna che gli aveva dato la vita. Ma questo, a meno che vissuto in un palloso romanzo di Stephen king, non sembrava di facile realizzazione.
Prese allora un uccello, non un pene, un volatile, e per l'esattezza un falco. Gli conferì simbolicamente la sua anima, la sua sostanza, quella che un filosofo chiamerebbe "essere". Il falco, libero di volare, diventò il suo essere. Lui, costretto a camminare, rimase solo "non essere". Ora la sua mezza idea, rimasta nella sua testa, la testa di uno che non è, prese peso, tanto da diventare eccessiva. Cerò così di liberarsene. Uno che non è non ha idee vere. Trasferì così la sua idea a Tommaso, un ragazzo che abitava nella fattoria gialla dall'altra parte della strada. Tommaso era un ragazzo schivo, non dedito all'estetica, ma molto di sostanza. Si diceva fosse molto intelligente, ma poco avvezzo alla frequentazione di essere umani. Tommaso accettò l'idea. La prese e la realizzò. Ma nessuno mai lo venne a sapere.
Descrizione d'inerzia
Voci colorate di sottofondo. Uno schermo nero attende severo. Due telefoni cellulari gemelli si chiedono quanto possano loro essere esposti a rischio di tumore per le onde elettromagnetiche. Un maialino dagli occhietti neri tondi, un buco sulla schiena e tanta voglia di volare, ma di muovere la ciaccia non se ne parla. E poi “il fumo uccide”, pare che tutti siano d’accordo tranne le sigarette che, sdraiate e beate, indugiano annoiate nel pacchetto nuovo nuovo. A pagina ventidue qualcuno saggiamente informa che se le rane avessero le ali, non si consumerebbero il culo a furia di salti. Come dargli torto. Una presenza femminile tanto digitale quanto graziosa maschera imbarazzo per l’incapacità a esprimersi. Quanto denso possa essere un attimo non lo si immagina. Il muro davanti a me munito di mattonelle lavabo, rubinetti, barattoli di crema, alcool etilico denaturato e spazzolini dichiara guerra al muro dirimpettaio. Chi vincerà? Non credo resterò seduto qui tanto a lungo per conoscere l’esito della battaglia. Pazienza. Pentothal in realtà. Andrea non è altro che il primo segno vitale, la prima reazione ad un periodo storico violento, un momento vissuto da una generazione in gran parte cancellata dall’eroina. Paradossale è il tentativo di incarnare tale reazione in Pentothal, un personaggio immobile, chiuso in un mondo di visioni, prigioniero di un pigro deambulare, il cui unico desiderio è quello di chiudere gli occhi, dormire per distaccarsi dalla quella realtà che stupidamente crea movimento inutile. Se distolgo lo “sguardo” dai ricordi, ineluttabile ritorna il sopito desiderio di grattarmi il culo. Lo faccio. L’ho fatto. Soddisfazione. Quanto l’istinto sia sopraffatto dalla ragione non ci è dato saperlo. Peccato. Sarei rimasto seduto qui quanto basta per conoscere l’esito di questa battaglia. Sarei salito sul carro del vincitore liberandomi da sciocchi freni d’etica e morale e avrei festeggiato l’acquisita vittoria… ecco un attimo racchiude tante di quelle cose che la pigrizia ci porta a sostenere che invece un attimo sia solo un attimo… io comincio a non esserne troppo convinto. Forse dilatare il tempo vuol dire anche questo. Forse dilatare il tempo, come l’atto del deflorare, può far male all’inizio ma poi ci si prende gusto.
senza titolo, e non solo...

Nella penombra dell'analisi compulsiva
(i limiti della logica)
Aveva un fottuto hobby, o almeno hobby era come definiva il fotografare persone che facevano foto. Cercava di prendere non solo il fotografo ma anche il soggetto della fotografia. Se uno stava fotografando la statua della libertà, lui fotografava il fotografo e la statua della libertà.
Era solo a casa quel giorno. Non aveva assolutamente nulla da fare. Prese la sua Nikon e iniziò a passeggiare su e giù per la casa. Era tranquillo ma amava pensare camminando per le stanze, girando attorno a tavoli e sedie. L'appartamento non era molto luminoso ma quel po' di luce che filtrava tra i buchi delle tapparelle sembrava quasi volergli regalare un contatto con il mondo esterno pur sapendo di non ricevere alcun ringraziamento per un gesto tanto romantico quanto disenteressato. Fanculo la luce! - diceva tra sé e sé. Non gli piaceva far risplendere il sodalizio tra disordine e polvere che caratterizzava ogni angolo della sua dimora. La penombra lo aiutava a non badare al caos su cui passeggiava. Svariate bottiglie vuote di birra erano poggiate in cirolo sul pavimento e sembravano discutere del futuro di quel batuffolo di polvere che occupava il centro della loro tavola rotonda a perdere. C'erano foto sparse ovunque, anche al cesso. Alcune erano incastrate tra la tavoletta e il bordo del water. Non poteva ricordare come ci fossero finite e in realtà neppure gli interessava saperlo. Passando davanti lo specchio in quella che doveva essere la camera da letto, si soffermò sulla sua immagine riflessa. Dopo qualche secondo di esitazione portò dubbioso la macchinetta al volto e inquadrò quell'immagine. Stava per fare click quando gli sorse il problema di come includere "se stesso fotografo" e "se stesso soggetto" nella foto. Se avesse scattato avrebbe catturato la sua immagine nell'atto di fotografare... ma il soggetto della foto? Più ci pensava e più la soluzione si allontanava in un infinito di possibilità, come quando si pongono due specchi l'uno di fronte l'altro. Passò ore con la Nikon, fermo in quella posizione, praticamente inebetito, inequivocabilmete in tilt. Nel frattempo le bottiglie avevano deciso cosa fare del batuffolo e la luce, stanca per gli sforzi, si era debolmente addormentata su strisce di pavimento. Il dolore alla spalla lo convinse a desistere. Non scattò quella foto, e non ne scattò più per molto tempo. Prese invece ad alzare le tapparelle e ad accettare coscienza del bordello che c'era in casa. Nominatosi presidente del circolo delle birre, sciolse la seduta e le ripose nel cestino. Una certa soddisfazione mista ad un senso di liberazione andava crescendo in lui. E a crescere non era solo la soddisfazione. Chiamò Serena, una ragazza che gli aveva lasciato il numero tempo addietro. Trascorse così molto tempo a scopare il pavimento e Serena. Anche la luce era contenta.
C'era una volta un cane che si mordeva la coda e mi parlava di...
...labirinti cittadini, di labirinti della mente, di cammini bagnati dalla pioggia di ostacoli irriverenti; mi diceva di giacche e di sosia di giacche, di manichini dal culo secco, di piante grasse simili a piante grasse, di luci, colori, di cose dimenticate sotto la polvere dell'incoerenza, di ginecologi improbabili, di depressurizzazione cerebrale; e ancora di peluche d'importazione, di importi contorti, di contorsioni fisiche, di fisici premiati, di premi sudati, di sudore di fronte, di fronte alla morte, di morti ragionevoli, di ragioni indistricabili, di indistricabili labirinti, di labirinti cittadini...
(che cazzo di cani frequento...)
Di come Gennaro provò a cagare l’anima
Gennaro s’alzava con la fatica d’un elefante. Gennaro trascinava se stesso come un carcerato fa con la palla al piede. Gennaro era grasso, enorme. Pesava 65 chili. Era grasso dentro. Nell’anima. Un’anima che non seguiva le diete giuste, quelle alla moda. Abituata male da cultura e tradizione e non al passo coi tempi si nutriva di ascolto, osservazione, percezione, riflessione. Un disastro – dicevano i conoscenti di Gennaro. Lo guardavano tutti come fosse un malato. In TV le incessanti sfilate di modelle e modelli senz’anima lo mettevano continuamente di fronte alla cruda realtà: Gennaro sei un ciccione di merda. Ok, basta, da oggi si cambia – pensava con fermezza durante le sedute spiritiche al cesso.
Gennaro voleva snellirsi l’anima. Renderla più leggera. Colorata come una pubblicità di MTV, e interessante come una frase interessante detta in un reality show, e intelligente come un frase intelligente detta in un reality show, e impossibile come una frase intelligente e interessante detta in un reality show. Ma porca puttana, Gennaro ancora non riusciva a farseli calare i reality, manco co’ ‘na litrata d’acqua. Fu così che Gennaro arrivò alla conclusione che avrebbe cagato l’anima. Così seduta dopo seduta cominciò a sforzarsi assai per far uscire per davvero lo spirito. Ancora oggi, Gennaro il pensante passa tutto il suo tempo libero seduto sul cesso e si sforza tosto per cagare l’anima.
Imprevisti, quando l'autore si rompe il cazzo
L'atteggiamento di lui era poco definibile. Lei si accorgeva delle attenzioni che le altre ragazze gli dedicavano. Questa cosa la intricava. Sembrava quasi una sfida e lei era intezionata a vincerla.
Era una delle tante sere. Qualunque. Non c'erano cartelli per strada che segnalassero "ehi Misia, serata speciale per te", quindi difficile intuirlo. Non aveva mai bevuto un goccio. Era forte della sua convinzione salutista, d'altra parte sempre ostentata. Ma quella volta decise che un’eccezione l'avrebbe pur potuta fare. “Speriamo che almeno faccia perdere l’inibizione come dicono” andava ripetendosi. Vodka e amarena. Uno, due, tre e poi ancora uno. Come al solito la luce mal distribuita impediva una buona visibilità. Non si capiva molto di quello che intorno succedeva. La signora Vodka sembrava andare a nozze con la signora Luce Mal Distribuita. Misia, nonostante l’alcol, continuava ad agitare su e giù la punta del piede, segno che la signora Ansia se ne sbatteva di Vodka e Luce. Misia era convinta di essere metereopatica. Era pure convinta però che il suo sistema di controllo della temperatura corporea non avesse malfunzionamenti, quindi si attribuiva una metereopatìa anomala, qualcosa che somigliava di più alla veggenza. Ovviamente nessuno le credeva. Un po’ come una puttana vestita da suora, la sera non lasciava sospettare alcunché. Lui stava per arrivare. Lei avrebbe dichiarato il suo amore ma soprattutto avrebbe chiesto di farsi sbattere, magari sul tavolo dove le sue amiche usavano consumare quei fottuti cocktail da snob. Ruotando il busto sullo sgabello, Misia, attenta a non cadere, buttò un’occhiata alla porta. Lui stava entrando. Cazzo, davvero un sesto senso da brividi. Quella ”coincidenza” convinse Misia che tutto sarebbe andato per il meglio. Sentiva tutto. Era in grado di vedere già il loro Futuro insieme. “Cosa ordino... minchia ma a me viene da vomitare già adesso… che faccio?”. A quella domanda non venne mai data risposta. Sì perché un aereo precipitò sul locale esattamente dodici secondi dopo. Un massacro. Morirono tutti.
Peccato. Fine.
E pensare che qualcuno c’avrebbe potuto scrivere persino un libro. E pensare che qualcuno avrebbe portato Lui e Misia a morire insieme, magari dopo mille pagine di racconto. Una morte romantica alla Otello e Desdemona. E invece no. Un aereo del cazzo. Neppure un atto terroristico. Semplicemente un aereo guidato da uno a cui la signora Vodka aveva sodomizzato il cervello.
Esibizionisti, i fint-Altruisti
Io dico che ci sono persone che sono come la goccia che ti cade in testa. Piccole, delicate, quindi brave a passare inosservate. All'inizio sta goccia ti fa quasi piacere, poi comincia il fastidio. Puoi urlare, dimenarti, ma quella continua a cadere piccola e delicata e allo stesso tempo inesorabile cocciuta e irremovibile. Una lenta ipocrita e minuscola lumachina di titanio. Chiameremo la lumachina "Ragazza".
Ragazzo: "Ciao Ragazza potresti passare da me? Sto morendo"
Ragazza: "Oh, mi dispiace. Aspetta ci sentiamo dopo".
Ragazza: "Pronto, ciao Mario ti volevo segnalare la morte del mio Ragazzo, oggi a casa sua tra poche ore. Se voi foste presenti sarebbe bello".
... dopo qualche giorno...
Mario: "Ciao Ragazza, ma non ti ho vista alla morte del tuo Ragazzo! Come mai!"
Ragazza: "Eh mi sarebbe piaciuto ma dovevo fare COSE e non ho fatto in tempo: sto costruendo dei cestini di peli pubici per i bambini poveri dell'Africa e quindi non sono riuscita a liberarmi..."
Mario: "... sei una che fa del bene alla gente tu... sì..."
Cambio di priorità
Gennaro correva tra i campi senza scarpe. Correva ma non sapeva bene perché. Le scarpe di Gennaro correvano dietro di lui, anch’esse senza scarpe. Le scarpe delle scarpe di Gennaro correvano appresso, anch’esse senza scarpe. La voglia di correre correva avanti a tutti, fiera e col sorriso d'una iena. Gennaro e i suoi inseguitori inseguivano, correndo, la voglia di correre. L’incastro logico non faceva una piega. A piegarsi invece erano le gambe del cane Quintale che un quintale di cacca andava lasciando. E così, Gennaro e tutte le scarpe pestarono a turno la quintalata di Quintale. D’un tratto la voglia di correre fu sorpassata dalla voglia di uscire dalla merda che cominciò a capeggiare il gruppo, fiera e col sorriso d'una iena.
LIBERTA' ?
(rispondendo a C.B.)
Hai nominato la libertà, un concetto che forse merita due parole in più prima di andare avanti.
Il problema relativo alla libertà è strettamente connesso alla sensibilità soggettiva e alle possibilità che la realtà a noi prossima offre.
Al primo anno di università dopo alcuni miei interventi, un prof mi diede dei lavori che lui aveva pubblicato sulla libertà.
Il discorso, denso di sostanza filosofica, tendeva a restare sul piano del diritto pubblico, della struttura della libertà da un punto di vista costituzionale. Scrissi più di una critica su quei testi. Poi ne parlai con lui che si trovò pienamente d'accordo. La libertà degli uomini, proprio per restare su un piano umano come dici tu, è tanto meno raggiungibile quanto più l'area in cui muoversi è ampia.
Paradossalmente è più facile essere liberi sotto dittatura che non sotto l'ipocrisia della democrazia. Sotto dittatura ti viene dato un piccolo spazio. Lì impari a muoverti e a sfruttare ogni angolo. Senti così di vivere appieno le tue possibilità. Questo concetto un po' crudo diventa poesia bellissima a seconda delle interpretazioni (non sempre consapevoli, ma frutto di intuizione ancora molle) che un artista è in grado di dare.
Pensa a "Novecento" di Baricco. Parla esattamente di questo. Il mare è il dittatore. La nave è il tuo spazio. Hai sviluppato la tua arte muovendoti solo e sempre sullo spazio di quella nave. Hai spiato il mondo con un cannocchiale. Padroneggi i tasti di quel pianoforte ed anticipi l'eco delle tue melodie sulle pareti di quelle stanze con una sicurezza tale da farti sentire in grado di "riempire" col tuo sentire tutta la nave. Niente ti sfugge. Tutto lo spazio a tua disposizione è dentro di te. Lo strumento che usi per racchiudere quello spazio l'hai costruito col tempo. E' stata la tua passione. I tasti bianchi e neri sono la porta dimensionale per accedere alla tua completezza, alla tua libertà. E allora non scendi dalla nave.Fuori le stanze sono molto più ampie. Difficilmente riusciresti ad anticipare l'eco su quelle pareti. Difficilmente non verresti distratto dalla potenza del suono di un'emozione nuova e inesistente sulla nave. Troppi i pericoli, troppi i colori, troppe le sfumature.
Quando si è molto ricettivi non è facile sentirsi liberi una volta immersi in una realtà di colori, densa di infinite sfumature. Nascono allora le passioni: un modo, che come dice Kaufman, serve a restringere l'esistente e a renderlo più gestibile. Se ti concentri su una sola cosa hai qualche possibilità di sentirti pieno, libero nel tuo agire. Se la tua sensibilità però va oltre il comune sentire rischi di cercare infinite passioni tante quanti i colori che si è in grado di vedere. E allora ecco l'affanno che tu mi critichi. Una scrittrice diceva: "vorrei tanto sapere cosa si prova ad avere a cuore qualcosa con così tanta forza... ma qual è la mia passione? Forse una passione ce l'ho: sapere cosa si prova ad avere a cuore qualcosa con così tanta forza...". Questo è per me vivere. Ricerca. Curiosità intellettiva mai appagata. Fame di "percezione".
Si osservano con invidia quelle persone dedite ad un'attività che pare li riempia. Ci si accosta a queste persone per "percepire" l'essenza della loro passione. Sfortunatamente spesso ci si accorge che la sostanza del loro interesse è fine a sé, un modo, come già detto, utile solo a restringere l'esistente, a distrarre dalla molteplicità in cui ci muoviamo. Pensare a "tutto" spaventa e disorienta. In casi in cui la sensibilità è elevata ma le capacità razionali sono limitate, questo sentire dilatato porta ad episodi di triste depressione, a sprofondare nell'indecisione d'esistere.
Molto raramente però pur restando su quella nave, pur concentrando e riducendo la propria esistenza ad un'unica passione non si perdono i colori e le sfumature. La sensibilità intellettiva è così elegantemente sviluppata da rubare l'anima del mondo quando un solo piccolo pezzo di mondo passa sulla nostra isola galleggiante. Questa è la capacità di carpire la vita da un semplice movimento della mano, una sensibilità tale da percepire la vita dell'albero osservando volteggiare una foglia nel vento.
Mettendoci un pezzetto di musica, "libertà è partecipazione". La vera libertà è davvero partecipare dell'esistente, dei colori e delle sfumature senza che esse ci creino disorientamento e patologiche indecisioni.
Da un punto di vista scientifico il concetto non cambia: la libertà dipende dal sistema di riferimento. Einstein diceva che la dimensione in cui l'uomo si gioca la sua libertà è il tempo. Il tempo non è una condizione che ci obbliga, fatalisticamente, a fare determinate cose. E' soltanto una dimensione vincolante, all'interno della quale possiamo muoverci con relativa libertà (la libertà "assoluta", storicamente parlando, non esiste). Chi tiene conto del tempo e lo vive in uno spazio adeguato (necessariamente "sociale" e in sintonia con le esigenze della società), non resta indietro, ma è conforme alla velocità del tempo. Lo spazio sociale adeguato per capirci è quello in cui il sentire di cui prima parlavo è limitato alle proprie "passioni". Quindi lo spazio più comune e vivibile è conseguenza di una gestione del tempo adeguata ai canoni della società. Questo ovviamente vuol dire mediocrità, ma preferirei non entrare nel merito di mie opinioni personali.
Insomma, la libertà è difficile da definire e da capire. Tanti credono di essere liberi mentre invece non fanno che saltare da una zattera all'altra per sentire il proprio spazio gestibile e vivibile, per cercare un senso al proprio esistere che sia facile, poco impegnativo.
[Titolo] Ho incontrato la Befana: alta, mora occhi verdi e fisico scolpito. Una gran donna. Mi chiedo come cazzo faccia a stare con Babbo Natale... [Fine Titolo]
A volte mi capita di riempire le mani di polvere.
A volte mi capita di definire quella polvere "argento finissimo".
Poi, inevitabilmente, la polvere scende dalle mani e vola via.
La definizione è sempre vera. L'illusione è sempre sincera.
E' questo spesso il mio modo di combattere l'imbattibile.
Tutto il resto ha poco valore.
Tutto il resto rimane la polvere che è sempre stata.
Poi dimentico tutto quello che è stato, ma non dimentico quello che non è.
E se ci penso sorrido.
eeehhh.... la droga....